Cambiamento

Avevo iniziato per la seconda volta il Cammino Francese verso Santiago con un obiettivo preciso: percorrerlo tutto d’un fiato, dal principio alla fine. La volta precedente, infatti, lo avevo suddiviso in due anni. Questa volta avevo tre settimane a disposizione, ma ciò significava una sola cosa: mantenere una media giornaliera di 35 km. I mesi di allenamento fisico mi avevano però allontanato, forse, dall’essenza stessa del Cammino.

Ad agosto 2023 arrivai in gran forma. Iniziai il mio Cammino con un’immensa voglia di rivedere i luoghi che mi avevano incantato e di vivere alcune esperienze che, la volta precedente, avevo dovuto rimandare: alcune accoglienze, infatti, erano chiuse a causa del Covid.

I primi giorni si svolsero esattamente come da programma: tanti chilometri, tante conoscenze. Ma…
Sì, qualcosa stava cambiando dentro di me. Non riuscivo però a capire cosa. Ogni giorno incontravo persone straordinarie, ognuna con una storia da brividi: chi usciva da un passato segnato dalle droghe, chi aveva perso una persona cara, chi lottava contro un male forse incurabile, chi camminava con una gamba sola.
Ma io dovevo camminare. Camminare e basta, per rispettare la mia tabella di marcia. E così, dopo calorosi abbracci con pellegrini da ogni parte del mondo — con cui avrei voluto condividere ancora del tempo, magari arrivare insieme a Santiago — mi ritrovavo quotidianamente a salutarli, consapevole che probabilmente non li avrei mai più rivisti.

Per raggiungere una delle accoglienze a donativo di cui tutti mi avevano parlato con occhi colmi di emozione, mi ritrovai, dopo una settimana, a percorrere oltre 85 km in due giorni, sotto un sole cocente.
Il secondo giorno cambiò radicalmente il mio Cammino, anche se lo capii solo alla fine.
La strada sembrava interminabile, il caldo implacabile. Bevvi oltre 10 litri d’acqua, portando il mio corpo allo stremo. Quando la meta sembrava non arrivare mai, iniziai seriamente a chiedermi perché stessi facendo tutto questo.
Perché mi ostinavo a mantenere una media chilometrica insostenibile? Perché ero lì, davvero?
Ero lì per camminare, sì, ma anche per vivere. Che senso aveva arrivare a Santiago in pochi giorni? Che cosa avrei trovato, davvero, alla fine? Era una gara? No.
Ero lì per scoprire la gioia negli occhi degli altri, per specchiarmi nella loro felicità.
Iniziai a pensare, con forza, di mandare all’aria ogni piano e cominciare finalmente a vivere alla giornata. Volevo smettere di programmare ogni singola azione. Volevo essere libero!

Arrivai a Grañón nel tardo pomeriggio, esausto, con una fascia avvolta attorno alla testa per proteggermi dal sole. Un gruppo di ragazzi italiani, vedendomi arrivare all’ingresso del paese, mi scambiò per un musulmano.
Non avevo incontrato nessuno lungo la strada, ma appena vidi quei volti sorridenti, mi sembrò di ritrovare degli amici di vecchia data. Erano, in quel momento, le persone più amichevoli che avessi mai visto. L’acqua che bevvi dalla fontana vicina fu la più buona e la più fresca della mia vita.
Poco dopo mi ritrovai in una chiesa sconsacrata: la famigerata accoglienza a donativo per pellegrini di Grañón.
Pensai: Non può essere reale. Il sole mi ha sicuramente fatto svenire. Sto sognando.
E invece era tutto vero.

Ero il pellegrino numero 73 di quel giorno. Alcuni volontari mi spiegarono che tutto funzionava in autonomia: dovevo registrarmi da solo, decidere quanto donare per la cena e il pernottamento, scegliere un materasso e aiutare a preparare la cena e a lavare i piatti. Grazie alle offerte raccolte il giorno prima, i volontari mettevano a disposizione il necessario per i pellegrini in arrivo. Senza il gesto gratuito di chi ci aveva preceduti, non avremmo trovato cibo.

C’erano chili e chili di generi alimentari. Dopo una doccia veloce, mi ritrovai con persone arrivate da ogni parte del mondo a preparare la cena per oltre 70 pellegrini.

Ma non era un sogno. Era tutto reale.
Tutti aiutavano tutti. Non c’erano ruoli, né distinzioni di genere. Si dormiva su semplici materassi posati a terra, uno accanto all’altro. Nessuna discussione, solo silenzio e occhi colmi di gratitudine per ciò che, ogni giorno, diamo per scontato.

Decisi che era momento di cambiare, di rallentare e di vivere ogni momento con immensa gratitudine. Non fu necessario arrivare alla fine prestabilita per farlo, era già tutto lì, bisognava solo accoglierlo.

Quella giornata resterà per sempre nel mio cuore.
E ogni volta che posso, provo a raccontarla.
Anche se, in fondo, credo che sia impossibile da spiegare davvero.

E tu, sei pronto a cambiare?

Il cammino non chiede certezze, ma disponibilità.
Disponibilità a lasciarsi trasformare dal vento, dalla fatica, dagli incontri.
Disponibilità a farsi attraversare dalla vita, senza opporre resistenza.

Perché cambiare non significa diventare qualcun altro,
ma tornare a essere pienamente se stessi.
Più consapevoli, più liberi, più vivi.

Se anche tu senti che è tempo di muovere un passo diverso,
di ascoltare quel richiamo sottile che parla di autenticità,
sappi che ogni cambiamento comincia proprio così:
con il coraggio di mettersi in cammino.

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